Prefazione

Prefazione a cura del prof. Florestano Toscano

Il fascino che suscita la flagranza delle accensioni liriche di Paolo Tarabella in questo esordio editoriale non offre occasione di svelamento senza tener conto dell’incidenza del potenziale critico della psicanalisi -di cui è ricca la cultura di questo autore- nell’area della poesia e di ogni pratica significante. E ciò nel senso che il complesso apparato metapsicologico della preziosa e ipercomplessa strategia ermeneutica freudiana ha consentito a Tarabella di orientare e affinare l’ascolto introspettivo dei processi della sua vicenda affettiva.
Il testo poetico è il luogo in cui si mobilitano le protoemozioni in attesa di divenire pensabili e farsi immagini sonora e parola. Si tratta di un ascolto che dispone ad una sorta di precognizione dell’inconscio e alla capacità di aprirsi alla musicalità dei messaggi e prepararli ad accedere all’ordine simbolico. La parola poetica è accolta in uno spazio mentale che ne valorizza la componente sonora, la sua pregnanza rapsodica e la sua forza evocativa. Ogni parola vive l’avventura della metafora che rappresenta, si fa libertà e rompe la convenzionalità del pensare.
Paolo Tarabella ha conosciuto gli heideggeriani, erratici percorsi del desiderio; ha conosciuto e vissuto l’esperienza interattiva tra il Sé e l’Altro, la dialettica reale tra autonomia e dipendenza. Egli sa che l’esistenza non ha uno statuto ontologico e l’Io si rivela come il luogo delle identificazioni immaginarie.
Egli dice:

Io solo ti vedo
altro me stesso

intento d’analisi
a faticar

intento a spogliarsi
della stereotipa imago.

Ergiti Ulisse
a combatter l’onde

e come melograno
rifrangi sanguigno
il sentimento

dell’altrui luce
spoglio.

Il reale è il linguaggio del reale, come l’arte è il linguaggio dell’arte. “Parlo per aggiungere: non c’è parola che di linguaggio” (Lacan, con Freud). Così, il testo poetico di Tarabella non nasce solo dalla esperienza dei codici di riconoscibilità emotiva e dei segnali antropomorfici, ma soprattutto dalla vissuta, sofferta trasgressione di ogni scrittura chiusa (e responsabile) in fossili naturalistici che ostacolano la fluidità dei processi linguistici e la proliferazione del senso. Tarabella espone la combinatoria dei dati espressivi (fono-simbolici) ad una continua riapertura problematica che non si produce al livello della esistenza ma del linguaggio come forma dell’esistenza: un linguaggio che ha il potere di evocare, nel silenzio del discorso consueto, il discorso assente: è il discorso dell’inconscio strutturato, appunto, come un linguaggio (Lacan). La parola è “una esitazione prolungata tra suono e senso” (P. Valery). Il che esclude, tra l’altro, per Tarabella, ogni carattere di confessione privatistica ed autobiografica (gli elementi soggettivi possono appena costituire la motivazione occasionale del suo progetto poetico).

Marina di Carrara, 20 Marzo 2004

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Prefazione a cura del dott. Lodovico Gierut

Paolo Tarabella. Poeta.

Interrogativi e risposte, solitudine e abbracci.
Ricordi.
Vita, trasgressione e immediatezza sono alcune delle componenti del tragitto di Paolo Tarabella, poeta da tempo giunto alla maturità creativa, che solo ora – per precisa scelta – ha deciso di rendere pubblico il proprio lavoro.
“Viaggio” di sintesi fino ad un certo punto, il suo, messo in essere tramite tutta una serie di immagini ritmate, qualche volta improvvise, del ricordo fanciullo come nell’estasi adulta, con l’anima che c’è tutta, esiste, col corpo.
“Emozioni, sensazioni”, due parole che qualcuno giudicherà forse troppo utilizzate, fin quasi alla consunzione, tuttavia il sentimento lirico di questo autore versiliese che è figlio d’una terra generosa di nascite, di tradizioni come di frequentazioni culturali (da Enrico Pea a Eugenio Montale, a Lorenzo Viani stesso pur pittore, e via via a Piero Bigongiari e a Mario Luzi, ad Alfonso Gatto e a Vittorio Grotti …), ebbene, il suo “sentimento” – lo affermiamo con decisione – scivola silenziosamente o con un grido, su tracciati anche territoriali che lasciano spazio alla fantasia e alla riflessione.
“Orme sulla sabbia”, “Eternità”,“Titolo inutile …”, “Il castello incantato”, per giungere a “Trasmigrazione” e, ancora casualmente a “Desiderio”, sono le “sue” parole che affogano nei meandri del tempo superando steccati e barriere, insinuandosi in tracciati talvolta impossibili che tuttavia – a volte – recuperando l’arcano o andando al dunque in modo diretto e attuale, svettano d’improvviso a parlare di luci e di ombre, di attese e di riflessioni.
Paolo Tarabella è poeta dei nostri anni vivi; ha cioè in sé una poesia vestita di comunicabilità appassionata fedele ad un linguaggio analitico, che entra in talune regole per poi sfuggirne: essenzialità vestita di simboli, così la definiremmo, in cui c’è la constatazione di un tempo dove, da creativo, si pone interrogativi incessanti e crudi, passando quindi a tratti dolcissimi e tuttavia il “contrasto con vento” porta il pensiero lontano, su altri lidi.
Tarabella vaga tra voce interiore e parole esterne, si sofferma a donarci un “autunno inoltrato”, per poi presentare immagini ricche d’una verità vissuta in cui annuncia la semplice meraviglia delle piccole cose: versi in certi casi quasi spogli ma intensi, a recuperare parole antiche e pur sempre fresche allorché si legge di “eterni abbracci”, o di “dolore, amore”.
La sua produzione è vitale, autentica, maturata com’è nel corso degli anni, ed eccola dunque che si presenta da sola.
Altre parole non servono.

Seravezza, 23 Settembre 2004