CORRERE….

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 (foto di Omar Biagi “Malbacco 2009″)

Le sue scarpette per correre, magiche quanto quelle del primo ballerino della Scala.

Tutta la vita aveva corso, per vari motivi, in senso più o meno figurato. Ora correva davvero, con una leggerezza mai immaginata, con una dolcezza ed una potenza nel passo che nemmeno lui si sarebbe mai potuto figurare.

La poesia, a volte, si materializza in forme inconsuete. Per lui oggi si manifestava nella possibilità di gustare l’aria, di percepire l’odore dell’erba, il profumo del vento, il paesaggio che scorreva rapido, il sole che gli bruciava la pelle, la pioggia che lo rinfrescava, a volte!

Ma la cosa vera sopra tutte era lo scorrere della sua vita, con le falcate della corsa, era un rapido susseguirsi di immagini: il film che si svolgeva pronto per il montaggio.

L’aria frizzante di quella sera di giugno, scorreva dolce e decisa sui pori del suo volto, sui muscoli delle gambe nude, impegnate nella danza della corsa. Era una stupenda conquista possedere, metro dopo metro, il morbido tappeto d’erba dell’argine di quel fiume che aveva visto, insieme alle sue acque, lo scorrere della sua vita. Ed improvvisa la mente pensava a qualcosa e l’immagine si materializzava, immediata:

“Quella bambina stupenda lo guardava in maniera un poco sospetta, con l’immediatezza e la sincerità propria dei suoi otto anni mentre, quasi certamente, lo stava anche valutando.

Chissà cosa stava pensando veramente, ma forse stava solo ballando con lui, che era tutto rapito e felice di quell’incontro.

Aveva capito che iniziava un periodo importante per lui; era, per ora, solo una certezza istintuale, ma per questo non meno vera.

Le manine della piccola gli trasmettevano gioia e come una sorta richiesta velata di sincerità.

Le lucciole rendevano magica quella sera di maggio, sui colli fiorentini, in quel dolce declivio sotto i nodosi olivi.

Lui aveva capito che Airin era immediata, sincera.

Aveva anche capito che era leggermente diffidente – comprensibilissimo!

Ma percepiva soprattutto la sua richiesta di sincerità, assieme ad una richiesta impercettibile di una qualsivoglia stabilità.

La piccola lo aveva letteralmente stregato.

Lui non aveva mai avuto figli, aborti tanti (avrebbe potuto avere una intera tribù di figli), ma questo faceva parte di un’altra storia.

Quella sera aveva percepito, in contemporanea con Irene, di avere ritrovato sua figlia, come se l’avesse incontrata, casualmente ad una fermata del tram, forse il 28 rosso a Novoli.

La vita è come un croupiér, tira a volte fuori la carta giusta, quando meno te l’aspetti: ai più fortunati fa una sorpresa, come nell’uovo di Pasqua, e questa volta la sorpresa era Irene.

Forse lei non ne era completamente consapevole, del resto non avrebbe potuto esserlo, ma un poco lo aveva percepito!

Emy, in disparte, osservava l’uomo e la figlia, ed era completamente assorbita da quel ballo, da quelle due età a confronto,forse anche leggermente in scontro, e da quello studio e ricerca reciproca: il feeling era indiscutibile, due realtà che si stavano finalmente ritrovando!”

Percepiva nuovamente le fibre dei muscoli che si contraevano e si rilasciavano, falcata dopo falcata.

Il suo cane amava fargli da apripista, ma a volte perdeva il ritmo, a causa di un’improvviso odore, che lo portava a frenare col naso, allora lui lo spronava: “Dai Beethowen allunga- forza, avanti, dai!”

Allora riprendeva a trotterellare al giusto ritmo, e lui non era costretto a rallentare a sua volta.

Il sudore gli rigava la fronte e il viso, quel senso di salato sulle labbra, la maglietta madida e quel senso di spossatezza e di vittoria assieme, di potenza, quel senso di onnipotenza per il piccolo ma consistente accorciamento dello spazio, che ti fa sentire la Terra più piccola, più alla tua portata.

Le endorfine si scatenavano, con quel retrogusto quasi di coca, prendendo tutto il suo corpo, fibra dopo fibra, in una danza tutta particolare, quella che a lui piaceva tantissimo.
Tutto questo lo aveva fatto riflettere, attimo dopo attimo, da quella data storica in cui aveva iniziato a correre, a conquistare così lo spazio che lo separava dal cielo.

Ogni volta danzava come un antico indiano, forse in maniera propiziatoria, forse in un modo tutto suo, lasciando imme-diatamente da parte tutte le preoccupazioni, le fobie, il malessere giornaliero, in breve tutto il suo malcontento!
Riusciva ogni volta ad avvicinarsi, un passo di più, ai suoi desideri più reconditi; riusciva, non sapeva ancora come, antico sciamano a tuffarsi nel futuro, e mettendo in fila i sacri ossicini, a disegnare il suo avvenire.

Percepiva a malapena la modalità di tutto questo ma un senso, quasi sovrannaturale, d’onnipotenza scandiva quei momenti magici e scolpiva tutto intorno una profonda emozione, che rimaneva per lunghi attimi come sospesa a mezz’aria.

Paul era felice, di quella gioia economica fatta di niente, del suo cane che scondinzolava, di sapere che Airin esisteva e forse poteva, anche lei, essere felice, che lui poteva ancora baciare di nuovo una donna.
Che strano il sentimento - riesce quasi sempre a fregarti – non importa come, ma dopo aver fatto le dovute prove, ci riesce sempre, in qualche modo!

La giornata era limpida, il cielo terso sembrava appartenere ad un fumetto, anche l’erba, se possibile, sembrava essere più verde, quasi uno smeraldo….

(continua…)

Elevata….automazione! (racconto breve)

Casello

Percorreva, come ormai ogni giorno, quando poteva, l’A12. Viaggiava sovrappensiero nella corsia di destra, a debita distanza da un Camper, da un Pullman turistico, oppure da un Tir. Proseguiva così, immerso nei suoi pensieri, nelle sue fantasticherie.
Era, forse, una maniera per stare tranquillo con se stesso, senza stress apparenti.
Si spostava di corsia solo in casi eccezionali: se il mezzo davanti si doveva fermare, se rallentava proprio troppo, oppure se qualcuno gli si incollava dietro (succede sempre più spesso: nessuno, ormai, rispetta più la distanza di sicurezza- pensava tra sè).
Così, suo malgrado, in questi casi, metteva la freccia a sinistra e si spostava sulla corsia di sorpasso.
Di solito era un tipo tranquillo, molto paziente. Ma quando si manifestava uno di questi inconvenienti, mutava umore in maniera repentina: digrignava visibilmente le labbra e il suo sguardo diveniva cupo, mentre gli occhi si trasformavano in due fessure appena percettibili. La sua fisionomia veniva, in tal modo, quasi completamente stravolta!
Fatto questo, se nulla si frapponeva ulteriormente fra lui e la sua modalità autostradale, tornava immediatamente tranquillo, immerso nei suoi pensieri di sempre.
Con lui le Compagnie Assicurative potevano dormire sonni tranquilli: era il massimo, nel rispetto dei limiti!
Guidava sì un’auto, ma con indole da vero camionista. Infatti, l’immagine che preferiva di sé era di essere alla guida di uno di quei TIR americani, con quegli incredibili “musi” anni ’30 e quei tubi di scappamento verticali, tutti cromati e traforati, tanto da sembrare strumenti di un’orchestra di fiati, piuttosto che semplici - per quanto complessi- tubi di scappamento.
Si immaginava così, intento a coprire distanze enormi fra Stato e Stato, percorrendo strade immancabilmente dritte e pianeggianti. Unica distrazione qualche frequente saliscendi.
Quindi si trovava contemporaneamente in America e in un’autostrada della costa tirrenica, l’A12.
Di rado si fermava in qualche Area di Servizio. Preferiva un bar vicino all’uscita, o all’ingresso, prima di ripercorrerla tutta in senso contrario. Questo accadeva una o due volte al giorno, se non addirittura tre o quattro!
Prediligeva i caselli con cassa automatica, li amava proprio, tanto da ignorare completamente telepass e casse con operatori in carne ed ossa.
Seguiva immancabilmente, in maniera rispettosa, tutta la prassi.
Attendeva religiosamente la voce quasi metallica dell’operatrice che, puntuale, esordiva: “Prego, introdurre il biglietto nell’apposita fessura.”
Lui obbediva, improvvisamente succube di quella voce imperativa.
Poi attendeva immobile, ma visibilmente commosso, il secondo messaggio:
“Prego, introdurre il denaro o la tessera.”
Attendeva, come inebetito, che l’operatrice virtuale ripetesse due o tre volte il messaggio, quindi finalmente obbediva eseguendo l’operazione richiesta.
Rimaneva, poi, di nuovo in attesa religiosa.
“ Si prega di ritirare cortesemente il resto”…
Lui immobile e apparentemente assente, attendeva…
“ Si prega di ritirare cortesemente il resto”…
Ripeteva l’operatrice.
Lui ancora lì, inamovibile.
Pochi secondi e, pronto, il sollecito:
“ Si prega di ritirare cortesemente il resto”…
Finalmente obbediente, e di nuovo in attesa solenne.
“Grazie e buon viaggio”
“Grazie tesoro, per essermi di nuovo stata vicina.”
A questo ultimo messaggio rispondeva subito, senza attese, e mentre ripartiva, una lacrima lunga e silente gli solcava il viso.
Chissà, forse la voce gli evocava un amore giovanile, una materna premura, una sollecitudine tutta femminile. Chissà!
Difficile capirlo, ma era evidente che, questo suono registrato, leggermente metallico, lo emozionava profondamente ogni volta.
Poi ripartiva e per lungo tempo manteneva una tristezza composta, tanto da apparire quasi in preda ad una gioia sedata, se il paragone regge!
Davvero uno strano miscuglio di sentimenti: guarda cosa può suscitare una semplice voce nell’animo umano!
Può risvegliare sensazioni di pelle, vibranti emozioni, profumi, pennellate di vita o chissà cos’altro!
Il fatto strabiliante era che seguisse questa prassi dalle due alle quattro volte tutti i giorni, domeniche comprese, ed ogni volta, nonostante conoscesse a memoria la sequenza delle operazioni e le parole della voce registrata, immancabilmente rispettava lo schema di sempre, in maniera quasi maniacale, senza alcuna variazione, come in una specie di copione personale, di cui lui era contemporaneamente autore, regista e attore.
Immerso nelle sue elucubrazioni e nelle sue tacite fantasie, poteva, per qualsiasi osservatore esterno, sembrare votato alla più completa monotonia.
Eppure aveva diversi amici, sparsi in giro. Volendo avrebbe potuto non rimanere mai solo!
Ma a lui piaceva anche la solitudine, per la quale, non a caso, aveva un rispetto quasi religioso.
Ogni tanto, a riprova di questo, amava passare le feste, non solo tra i caselli a cassa automatica, ma anche nella cura del giardino e del suo piccolo orto : un vero fiore all’occhiello, per lui.
Gianni era il suo amico del cuore. Con lui dialogava di tutto e di nulla: dall’emozione profonda di un incontro, alle stronzate che si usa raccontare, in clima di estrema goliardia, con gli amici veri, quelli del cuore, appunto, come si usano definire.
Sì, proprio con Gianni, accadeva che si perdessero a raccontarsi di tutto, di quando lui aveva azzardato la mano sulle posteriora, molto generose, della Giusy, oppure di quando Gianni stesso, aveva attentato alle grazie della sua matrigna, di soli sei anni più grande di lui.
Suo padre pensava di scoparla di brutto. In realtà appena una volta al giorno, e nemmeno sempre: cominciava, suo malgrado, ad accusare l’età. Mentre lui sarebbe stato pronto a soddisfare al massimo tutte le sue voglie, data la prestanza di giovine virgulto!
Gianni conosceva tutte le pieghe più recondite della sua vita, come lui conosceva, dell’amico, ogni segreto, anche il più inconfessabile.
Ogni tanto amavano andare assieme in montagna per lunghe passeggiate. Portavano ovviamente i loro cani: Golia e Brutus.
Golia, di piccola taglia, rispettoso e molto vivo, era il cane di Gianni ed un camminatore instancabile.
Brutus, quello di Peter, era irrequieto, un vero cacciatore, senza pietà! Anche lui era un provetto camminatore e addirittura primatista nel salto in alto, tanto che si racconta fosse riuscito a catturare ad uno ad uno tutti i passerotti , nati da qualche giorno appena, direttamente dal nido, costruito sulla forcella di un pesco dell’orto di casa, a ben due metri d’altezza. Per ultima era toccato alla madre, che al colmo della disperazione e senza darsi tregua, cercava i suoi piccoli nel nido ormai vuoto.
Nelle loro parentesi montane, i due amici giravano a lungo, seguendo i sentieri segnati dal CAI e fermandosi solo, ogni tanto, a richiamare i cani che, attratti da qualche animale selvaggio, rischiavano di perdersi, nel labirinto puro della montagna istintuale, davvero tremenda, come del resto tutto a livello istintuale puro.
Divagazioni a parte, si divertivano molto e, prassi abitudinaria, la sera, di ritorno, senza nemmeno ripulirsi, si tuffavano in una cena completa, a casa di Gianni.
Il piacevole rituale si svolgeva vicino al braciere, consacrato a grigliate a tutto campo: dalla rosticciana, alla salsiccia a grana grossa, lasciata, secondo gli usi, struggere al punto giusto, finchè, ormai quasi magra solleticava solo i sensi, senza appesantire eccessivamente la dieta. Cosa che avveniva, al contrario, col lardo appena scaldato, servito sul pane abbrustolito al fumo di rosmarino.
Per finire il profiterol o la torta di pere, morbida, guarnita pure di cioccolato caldo.
Il tutto rigorosamente annaffiato da un buon Morellino o da un Montecarlo rosso, Fattoria Carmignani, annata 2003, naturalmente .
I cani si saziavano, pazzi di gioia, con gli scarti.
Mentre cenavano, Gianni e Peter si raccontavano storie di vita, le più inconsuete, ma sincere.
Terminata la piacevole parentesi, Peter si rituffava nella vita di sempre, di cui i quotidiani percorsi autostradali, rappresentavano l’elemento primo, con la voce quasi metallica dell’operatrice registrata.
Eppure la ricordava così dolce, Peter, quella voce, così dolce…prima che Elena, la figlia di poco più di vent’anni fermasse per sempre il suo orologio, nel tremendo schianto, causato da un ubriaco che le aveva invaso, senza permesso alcuno, la corsia di marcia.
Che schianto!
L’illusione della vita di Elena, per lui rimaneva ormai quella voce, conosciuta da sempre…
Registrata certo, ma così calda…, unica…
Più semplicemente:
Indecomponibile!!!